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Elvetismi e italiano della Svizzera: capirsi al di qua e al di là della ramina*

Elvetismi e italiano della Svizzera

* La ramina è una rete metallica di recinzione. In questo caso è quella che demarca il confine tra la Svizzera e l’Italia, così come gli elvetismi segnano quello tra italiano della Svizzera e italiano d’Italia.


Anni fa ero andata a Milano con un’amica ticinese.

Non appena uscite dalla metropolitana eravamo entrate in un bar per fare una seconda colazione. Istintivamente, la mia amica aveva ordinato un cappuccino e un chifer. Il barista l’aveva guardata strabuzzando gli occhi e allora lei, accortasi del malinteso, aveva corretto il tiro chiedendo un cornetto.

Chifer è un elvetismo e deriva da Gipfel o Gipfeli (nella Svizzera tedesca si preferisce quest’ultima forma), cornetto sfogliato alla francese e grande classico svizzero.

Il termine elvetismi indica le particolarità linguistiche e culturali proprie delle comunità svizzere che fanno ormai parte dello standard elvetico ma che si differenziano dallo standard utilizzato fuori dalla Svizzera.

A volte difficilmente comprensibili dai nostri vicini, che spesso li considerano dei barbarismi, sono testimonianza del senso di appartenenza che unisce le comunità svizzere al di là delle differenze linguistiche, culturali e di tradizione e che non scade quasi mai nel nazionalismo più becero.


L’italiano della Svizzera: una lingua folcloristica?


La Svizzera è un Paese plurilingue. Gli elvetismi rispecchiano dunque la varietà che la caratterizza e l’influenza reciproca tra le quattro lingue nazionali («l’unità nella pluralità»).

Poiché queste ultime evolvono a stretto contatto, spesso si hanno le cosiddette «triplette panelvetiche», ossia dei parallelismi linguistici in cui alcune parole o espressioni vengono usate con lo stesso significato (che è differente nei Paesi vicini) nelle lingue nazionali.

Degli esempi sono «tesoro notturno/Nachttresor/trésor de nuit» o la celeberrima «azione/Aktion/action», citata da ogni traduttrice/traduttore/agenzia di traduzioni con sede all’estero che si propone per traduzioni e/o transcreation in «italiano svizzero».

L’italiano della Svizzera si avvicina molto alla variante usata in Lombardia/Alto Piemonte orientale, ma ha anche degli elementi specifici che lo distinguono: l’influenza del dialetto e lo stretto contatto con il tedesco e il francese hanno apportato termini, espressioni o costruzioni sintattiche arcaiche (torpedone, paltò) o addirittura assenti nell’italiano d’Italia (stabilo, tipp-ex) oppure con un significato diverso (nota, vignetta).

Da non trascurare è inoltre il fatto che la Svizzera e l’Italia sono due Paesi distinti, con realtà, ordinamenti e istituzioni molto diversi, di cui la lingua «burocratica» descrive e riflette le peculiarità.


Elvetismi nella traduzione e nella transcreation


Ma quanta «svizzeritudine» può esserci in un testo tradotto o transcreato?

Prima o poi tutte le professioniste e i professionisti che lavorano per il mercato della Svizzera italiana (ricordatevelo sempre: l’italiano non è lingua ufficiale solo in Ticino!) si pongono questa domanda.

Agli inizi della mia carriera collaboravo con un’agenzia di traduzione che si occupava della localizzazione dei sistemi SAP.

Ricordo che una collega italiana aveva tradotto «Eidgenössische Alkoholverwaltung» con «Amministrazione federale delle bevande alcoliche».

Ora, anche se potrebbe risultare plausibile a orecchie italiane, questa traduzione è completamente sbagliata.

In primo luogo perché l’autorità in questione (che è stata integrata nell’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini UDSC nel 2018) non si occupava di bevande alcoliche bensì di bevande spiritose, ma soprattutto perché la denominazione ufficiale e quindi corretta era «Regìa federale degli alcool».

Bisogna quindi attenersi scrupolosamente alla terminologia ufficiale, per quanto «strana» possa sembrare!

Ci sono infatti parole e modi dire dal carattere tipicamente elvetico che fanno storcere il naso ai vicini italiani. Ma utilizzarli nei testi destinati alla Svizzera italiana è assolutamente corretto, se non addirittura di rigore, purché si tratti di elvetismi accettati come standard.

Per quanto riguarda invece i termini di origine dialettale, è il contesto a doverli richiedere.

Nel marketing e nella pubblicità i sentimenti hanno un ruolo cruciale e vengono trasmessi anche attraverso le parole.

Senza conoscenze approfondite della realtà svizzera chi traduce/transcrea può facilmente cadere in tranelli senza accorgersene. Le conseguenze possono essere molto pesanti, perché chi leggerà il testo in italiano non si sentirà coinvolt* o addirittura potrebbe anche sentirsi pres* in giro.

Vorrei inoltre sottolineare che spesso gli elvetismi e l’italiano della Svizzera hanno una tale potenza espressiva da far impallidire l’italiano standard.

Naturalmente si devono utilizzare dove opportuno perché, come avevo già spiegato in un mio precedente articolo, creare e/o tradurre contenuti per la Svizzera italiana non significa infilare elvetismi a casaccio, ma soltanto dove servono. Tutto cum grano salis, mi raccomando!

Vorrei infine appellarmi a tutte le colleghe e a tutti i colleghi che vivono e lavorano in Svizzera e che traducono verso l’italiano per il mercato svizzero: utilizzare gli elvetismi nel giusto contesto e nel modo più adatto alle diverse situazioni comunicative – sempre mantenendo uno stile elegante e sicuro – è anche un modo per valorizzare, nutrire e difendere l’italianità del Canton Ticino e di parte del Cantone dei Grigioni.

Non dobbiamo avere timore né complessi d’inferiorità, perché la personalità e l’efficacia del tanto bistrattato «italiano svizzero» possono davvero fare la differenza!

Elvetismi e italiano della Svizzera